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Riflettori su Ingrid, la Colombia muore

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13.12.07

Ingrid sola, stanca di soffrire e di morire lentamente in una selva umida e folta, sotto una tenda e su un’amaca, avvolta da una zanzariera e sorvegliata da guerriglieri abituati a negarle tutto, anche un dizionario enciclopedico, e incapaci di un gesto di solidarietà, d’affetto e tenerezza. Non a caso tutti maschi che, anche senza volerlo, l’umiliano ogni volta è costretta ad appartarsi. Ingrid che teme un blitz che possa squarciare all’improvviso l’eterno cicaleccio della foresta: sarebbe la morte, per mano di non si sa chi, come successe per gli undici deputati del Valle massacrati nel giugno scorso. E così sfinita da augurarsi quel blitz: un epilogo di sangue sarebbe «un sollievo per tutti», la fine di un’agonia durata duemila giorni.
Da quando hanno saputo di lei, visto il suo volto scavato e letto la lettera alla madre Yolanda, gli umani che possono permettersi il lusso della compassione l’hanno scoperta bella nella sua dignità ed elegante nei suoi miseri indumenti. Hanno però scorto un solo dramma della Colombia, quello di una donna coraggiosa e intelligente, che ha avuto la sfortuna di essere finita tra due fuochi, tra il cinismo della ragion di stato o meglio del para-stato di Alvaro Uribe, e la miopia di una guerriglia politicamente ottusa. Ma Ingrid ha anche la fortuna di essere famosa, di buona famiglia e per metà francese. Di Clara, la sua segretaria, ad esempio, si sa poco o niente, sebbene sia prigioniera due volte, avendo fatto un figlio nella selva, poco importa se contagiata dalla sindrome di Stoccolma. E si sa poco anche degli altri sequestrati, compreso il capitano figlio del professore Gustavo Moncayo, il «camminante della pace» sbarcato anche in Europa a chiedere più impegno per l’accordo «umanitario».
Comunque dell’odiosa industria del sequestro, della quale sono imprenditori quasi esclusivi i guerriglieri, si parla abbastanza, essendo il principale delitto che colpisce innanzitutto i ricchi. Del resto non si sa niente. Ad esempio dei desaparecidos colombiani che, distribuiti da decenni col contagocce, sono più di quelli cileni e argentini. E nemmeno dei sindacalisti, ammazzati in numero maggiore che in tutte le altre nazioni messe insieme. Allo stesso modo s’ignorano i mille e più malcapitati (contadini ma anche commercianti o semplici sfortunati passanti) uccisi e fatti passare per ribelli, solo perchè i militari possano ottenere un premio dai loro superiori e perchè questi possano farsi belli col presidente Uribe, che ama calcolare in cadaveri l’esito della lotta alla sovversione. Non si sa nulla delle donne violentate davanti ai loro figli e ai loro uomini legati, ultimo spettacolo loro offerto prima di essere ammazzati. Non con una misericordiosa pallottola alla nuca, ma squartati in un’orgia di sangue, con la motosega tecnologica o il machete tradizionale. «Prima gli si taglia la gola e si strappa la lingua per evitare che urli, poi il resto. Quando gli si tolgono le viscere, in genere uno è ancora vivo. Il tempo minimo per morire in questo modo sono quindici minuti», spiegò qualche mese fa, pacatamente, uno delle migliaia di miliziani delle Autodefensas a Hollman Morris nel programma Contravia (adesso il giornalista è dovuto scappare dalla Colombia mentre lo squartatore professionista, come tutti i suoi compagni di macelleria, è libero e sostenuto psicologicamente e economicamente «per potersi reintegrare nella società»).
Gli umani compassionevoli adesso sanno di Ingrid. Grazie soprattutto ad una lettera che sarebbe dovuta rimanere privata e che – indignando la madre Yolanda – è stata recuperata militarmente e tenuta nascosta, pur di far fallire la mediazione di Chávez, tagliata, manipolata, trasformata in volantino e spacciata nel mondo dall’apparato propagandistico di Alvaro Uribe. Cioè dello stesso che ha boicottato finora qualunque accordo per liberarla. E soprattutto del capo spirituale, il protettore, il beneficiario e il garante di chi in Colombia – militare, paramilitare o trafficante di droga che sia – tra le altre attività ha desaparecido oppositori, eliminato sindacalisti, ammazzato nelle maniere più atroci decine di migliaia di contadini e indigeni e disseminato il paese di centinaia di fosse comuni. In sintesi, il difensore di un «terrorismo di stato» che ha fatto molte più vittime del «terrorismo» opposto ma che, evidentemente, è considerato un terrorismo fatto «a fin di bene», in nome del «progresso», dell’economia di mercato, dello sfruttamento delle risorse e per conto degli interessi dei paesi ricchi, delle loro società multinazionali e dei loro servi locali.
Che i signori della guerra facciano terminare presto il dramma dei sequestrati, quindi. E che questo incoraggi la conoscenza, e la soluzione, dei tanti drammi di un paese dai cuori induriti, come ha scritto Ingrid nella sua bella lettera alla madre Yolanda.

Di Guido Piccoli
www.ilmanifesto.it
9 dicembre 2007

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